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UN MONDO LIRICO NEL SUO SPETTACOLO SCENICO
L’opera pittorica di Stefania Di Filippo ha derivato dalla fondazione memoria-materia il carattere personale e soggettivo: al centro di essa la determinazione spazio-tempo per un paesaggio naturalistico primordiale che diventa il perno di una civiltà rinnovata nella sua coscienza attiva: il mondo civiltà-magma-memoria sembra con le sue notazioni coscienti e ribelli ridursi in questo breve ambito a senso e traduzione della determinazione mito-essere-civiltà. La ricerca di levità, porta Stefania Di Filippo ad esprimersi con sottile concisione, in cui è eliminato non solo il superfluo, ma anche ciò che si può facilmente intendere.
E’ una ricerca di eleganza espressiva che in molti casi arriva alla fondazione materia-civiltà: questo gioco di spettacolo scenico, che dimentica volutamente ogni accordo necessario per indulgere a moduli espressivi celebrazione-essere, crea un linguaggio complesso, armonico e coerente, che tradisce una sensibilità combattuta, un mondo lirico che è riuscito a purificarsi nel suo rapporto cosciente.
Livio Garbuglia (luglio 2007)
INDAGINE DAL SOTTOSUOLO
Se ad un primo sguardo il lavoro di Stefania Di Filippo sembra incentrarsi su un sofisticato esotismo e sul recupero del mito dell’evasione, basta interrogarsi sul taglio compositivo di questi quadri, soffermarsi sulle sovrapposizioni pittoriche, che esaltano l’essenza di tante culture lontane, per comprendere che l’attenzione rivolta a ciò che è altro da noi non è che un modo per criticare il nostro mondo occidentale. Quella della Di Filippo è infatti una pittura che dietro il diaframma di una gradevolezza tutta esteriore cela di fatto una critica severissima a quella parte del mondo, la nostra, che da decenni ha avviato, con la globalizzazione dei mercati e il processo di standardizzazione di bisogni e sogni, l’azzeramento delle identità culturali e la rimozione, dal sentire comune, di sentimenti come il senso di appartenenza a un popolo e alla sua storia, l’onore, la fierezza, la cosciente consapevolezza del proprio sé. Per questa via il quadro assume quasi il valore dello strumento di indagine antropologica finalizzato alla riscoperta e al recupero di tutto quanto è stato neutralizzato dal pensiero unico. Dati questi presupposti, nei lavori della Di Filippo è facile dedurre l’indispensabilità della tecnica pittorica che col suo contrapporsi al processo “freddo” dell’oggettività fotografica rigetta drasticamente ogni contatto con la tecnologia per riconoscere in quest’ultima l’arma letale al servizio dell’omologazione.
Da qualche tempo, a questo accattivante fronte di ricerca se ne è aggiunto un altro, più intimo, introspettivo e personale, ma non per questo meno suggestivo: quello del paesaggio inteso non già come possibilità descrittiva di siti fisicamente esistenti, secondo la tradizione del genere, ma piuttosto come rappresentazione di luoghi la cui forma, seppur ispirata dalla realtà, si manifesta come trasfigurata, calata in una dimensione irreale che, memore della lezione simbolista, si carica di una inaspettata nota visionaria.
In queste ultime opere, quel piglio particolaristico finalizzato alla resa oggettiva dell’immagine, che ha connotato la quasi totalità della produzione precedente, sembra venir meno. Una maggiore freschezza pittorica, a tratti quasi gestuale, abita ora le tele della Di Filippo. Il cambiamento è evidente, anche e sopratutto in termini di significato, perché testimonia l’inversione dell’indagine pittorica dall’esterno all’interno del proprio sé. Una fase, quest’ultima, forse inevitabile, per chi, come la Di Filippo, dopo aver studiato, col precedente ciclo, l’altro da sè, sente ora la necessità di indagare nel proprio “sottosuolo”, per recuperare le coordinate mancanti e cercare di stabilire, con la pittura e nella pittura, l’esatta collocazione del proprio essere nel mondo.
Andrea Romoli Barberini (sett.2005 - dic.2007)
AUTENTICITA’ E SENSO DELL’ESISTENZA
Quando l’artista non si ferma al dato oggettivo o alla sua rappresentazione prospettica, ma indaga le regioni della luce pittorica e dell’anima umana, svincolandosi dalla riproduzione, allora entra nel mondo della vera arte. La pittrice Stefania Di Filippo e molti altri artisti si sono impegnati nello studio dei colori e dell’animo umano. A lungo si è dissertato sulla percezione fisica e su quella psichica, su brillanza e saturazione, su relazioni e corrispondenze, indagini interiori. L’opera pittorica di Stefania Di Filippo arriva alla conclusione che l’uso dei colori conferisce all’attività artistica l’alone di magia, alchimia, sperimentazione empirica, l’ansia di un’anima che tende di là della realtà verso una più ricca vita spirituale. L’indole e il temperamento della Di Filippo la inclinano a vedere nelle apparenze più la luce che l’ombra, a cogliere nelle sensazioni della vita le forze che sembrano dare un significato ed un valore duraturo all’opera collettiva dell’umanità.
Parlare di colore implica che si parli di luce, dal momento che senza la luce non vi può essere colore. Per Stefania Di Filippo è di fondamentale importanza conoscere perfettamente le possibilità del colore, poiché è questo il mezzo con cui si avvale per la realizzazione della sua opera unitamente alla fondazione introspettiva del disegno. Usare un diverso grado di intensità o di rifrazione della luce diventa per la Di Filippo una scelta espressiva: infatti modificando il rapporto tra luce ed ombra sulla superficie del personaggio femminile esotico da ritrarre la pittrice crea una visione intima, dell’identità di un popolo, del suo costume e della sua cultura. Una luce naturale illumina la superficie dei volti femminili, né mette in risalto i contorni, le sporgenze, i rilievi nonché le qualità dell’elemento materico. Contrastanti sono le zone d’ombra rispetto alle zone illuminate, che appaiono schiarite anche nelle zone dei contorni, mentre i toni intermedi concorrono alla descrizione del corpo d’arte nel senso dell’umano. L’ombra intima del corpo d’arte dà profondità e luce al disegno, definendo la tridimensionalità e il volume dei personaggi femminili immersi nel tentativo di ricongiungersi col tutto. La Di Filippo esplora il mistero pianeta-anima, il fremito di una vita profonda che solo con il pensiero non potrebbe cogliere: i moti più profondi del proprio animo, le voci misteriose del mondo e della natura che l’attornia. Tuttavia la pittrice tende a disciplinare il mondo dei propri sentimenti, la propria umanità dentro una forma d’arte limpida, eloquente, espressiva. La pittura della Di Filippo appare capace di esprimere l’autenticità e il senso dell’esistenza perché prevede la rinascita della consapevolezza e dell’esperienza libera negli individui, contro la mancanza di libertà dell’uomo moderno. Se tale rinascita si esprime come un monito nella storia degli individui, allora si potrà ancora impedire l’avvento di una collettività di essere umani in serie, incapaci di reazioni proprie e desiderosi soltanto di mantenere intatto il loro stato di quiete, o meglio di assenza metafisica.
Livio Garbuglia (aprile 2005)
LO SGUARDO DELL'ANIMA
La ricerca artistica di Stefania Di Filippo si concentra sull’espressione di volti di donne e bambini di cultura indigena. Sguardi intensi, al centro dello spazio e del tempo in un’epifania serena e gloriosa, affondano nelle radici della nostra anima: è impossibile sottrarvisi.
La pittura dell’artista evoca, con una forza realista di suggestione e d’intensità, la sublime potenza espressiva e l’altissima tensione emotiva.
Sono figure che si stagliano sulla tela e appaiono capaci di dialogare tra loro con silenzi e gesti percettibili all’occhio umano.
I suoi lavori nascono dall’attenta analisi di soggetti semplici, immediatamente riconoscibili; dalle opere s’intravede un percorso in cui l’artista indaga nella molteplicità degli atteggiamenti delle figure rappresentate, rivelandone la profondità, senza mai lasciar trapelare il loro status sociale. La plasticità delle forme attraverso il colore si libera sempre più dalla realtà per divenire più specifica ad indicare i “valori spirituali” dell’uomo.
L’artista interpreta personalmente una scena che la colpisce, la traduce in pittura per raccontare i valori dell’anima e dell’uomo ricercati ed individuati in quei volti.
Il suo linguaggio si esprime attraverso l’invenzione di “accordi”, realizzando immagini senza rinnegare la tradizione figurativa, incentrandosi sull’interpretazione della realtà percepita descritta da un tessuto pittorico ricco di elaborazioni tonali.
L’espressione intensa di quegli sguardi ha la potenza di un abbraccio immenso che trattiene dal cadere, annodando i fili dell’anima alla vita.
F. Paolo Li Donni (aprile 2005)